Business Performance Designer: chi è, cosa fa e come può aiutarti

Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore, uniche coloro che usano entrambi. (Rita Levi Montalcini)
Cosa succede quando devi decidere qualcosa di importante e il tempo stringe? Di solito le informazioni che hai sono incomplete, contraddittorie o insufficienti per fare una scelta con maggiore sicurezza. Eppure devi agire ora, senza possibilità di rimandare. E sai che sbagliare costa caro a livello economico, professionale e psicologico.
In queste situazioni, la maggior parte delle volte ci affidiamo all’istinto. A quella sensazione nella pancia che ci dice “vai da questa parte” o “forse è meglio aspettare”. Altre volte proviamo a essere razionali, mettiamo giù pro e contro su un foglio, pesiamo le opzioni. Ma quando la pressione sale, lo stress diventa tangibile e tutto si decide in un attimo, anche i metodi più strutturati sembrano inadeguati. La mente si annebbia, le emozioni prendono il sopravvento, alla fine decidiamo comunque “di pancia” e poi cerchiamo una giustificazione razionale che ci faccia stare meglio.
Questo modo di operare – con la mente annebbiata e senza il supporto adeguato – ha un costo che si paga con:
• decisioni sbagliate che avremmo voluto prendere in maniera differente;
• problemi piccoli che diventano enormi perché non li abbiamo affrontati nel modo giusto quando era il momento;
• parole usate male che rovinano relazioni di lavoro costruite in anni.
Ogni volta che succede, ci promettiamo che la prossima volta faremo meglio, che staremo più attenti, che penseremo prima di parlare o di agire. Ma sappiamo già, in fondo, che probabilmente succederà di nuovo. Siamo fatti così, è normale, non saremo mai perfetti. L’importante è acquisirne la consapevolezza e diventare più bravi nel ridurre la frequenza di pensieri, parole e azioni che fanno male a noi e agli altri.
Così, nel 2025 ho coniato il termine “Business Performance Designer” per descrivere una figura professionale che non esisteva e che lavora esattamente su questo: come le persone pensano, comunicano, decidono e risolvono problemi quando la pressione è alta e il margine di errore deve essere ristretto. Tutto questo attraverso l’analisi rigorosa di dati reali, di performance verificate in situazioni estreme, trasformati in strumenti pratici.
Questo articolo ti spiega chi è questa figura, cosa fa concretamente, in quali ambiti interviene e, inoltre, quali obiettivi può aiutarti a raggiungere.
Che cosa significa “Business Performance Designer”
Ho ideato questo termine perché nessuna delle categorie professionali esistenti descriveva più, in modo preciso, quello che faccio oggi. Sono un imprenditore, ho esperienza ventennale in consulenza e coaching (ho collaborato con oltre 350 imprenditori e manager) e formazione (ho formato circa 1.900 persone). Ma ora il mio lavoro è diverso dalla semplice somma di queste attività: non vendo principalmente tempo, non mi limito a consigliare, insegnare o accompagnare in modo continuativo tramite il classico modello one-to-one.
L’evoluzione nasce dalla consapevolezza che occorre un modello più accessibile per le PMI italiane: strumenti scalabili e formazione mirata, che permettano di aiutare in modo concreto molti più imprenditori contemporaneamente, senza rinunciare alla personalizzazione quando serve.
È una figura che non nasce soltanto dalla mia vita professionale, ma anche dal fatto che da diversi anni sono un caregiver. Prendo decisioni che hanno conseguenze serie per persone che amo, spesso con informazioni incomplete, quasi sempre in situazioni ad alta intensità temporale e psicologica. Devo comunicare in modo chiaro e strategico anche quando il livello emozionale è elevato, il mio e degli altri. Mi occupo di risolvere problemi concreti che non posso rimandare, né ignorare. Questa realtà mi ha fornito competenze che venticinque anni di business da soli non avrebbero potuto insegnarmi.
Ho imparato sulla mia pelle la differenza tra empatia e compassione. Paul Bloom nel suo libro “Against Empathy” lo spiega bene: la prima ti porta a condividere il dolore dell’altro ma rischi di restare bloccato, la seconda ti permette di capire cosa serve davvero e ti fa agire anche quando non è piacevole. Ho sviluppato adattabilità e flessibilità strutturale: ogni giorno è diverso e richiede soluzioni nuove. Ho capito cosa significa davvero decidere in momenti critici, quando sbagliare non è un’opzione. Per cui, quando parlo di pensare lucidamente, comunicare in modo strategico, decidere in condizioni di incertezza, risolvere problemi complessi… mi riferisco a un’esperienza concreta, a quello che ho dovuto imparare a fare sul campo, ogni singolo giorno, da anni.
Adesso – in qualità di Business Performance Designer – analizzo, con rigore scientifico, come le persone performano sotto pressione. Non la pressione normale del lavoro quotidiano, che spesso è solo una sensazione di avere troppe cose da fare e poco tempo. Parlo della pressione vera, quella che a volte ti toglie il fiato. Quando devi decidere qualcosa di irreversibile con informazioni incomplete. Nei casi in cui devi comunicare una notizia che potrebbe fare male a qualcuno. Oppure hai provato tante soluzioni diverse e tutte hanno fallito. Il tempo è scaduto e devi agire comunque, anche se non ti senti pronto.
In queste situazioni, le persone si comportano in modi specifici. Alcuni mantengono lucidità e prendono decisioni sorprendentemente buone. Altri collassano e fanno errori che in condizioni normali mai farebbero. La differenza non è solo nel talento naturale o nell’esperienza. C’è qualcosa di più profondo: ci sono meccanismi cognitivi e comportamentali specifici che distinguono chi recupera da chi affonda. E questi meccanismi si possono osservare, misurare, capire e – soprattutto – sfruttare attraverso i giusti strumenti.
Perché serve questa nuova figura professionale
Quando ti trovi con le spalle al muro – per esempio devi licenziare persone o chiudere un’area di business, comunicare ai soci che il prodotto va rifatto da zero, hai provato diverse soluzioni e tutte hanno fallito – hai bisogno di qualcosa di molto concreto e, possibilmente, in tempi rapidi.
I problemi che imprenditori e manager affrontano oggi sono diversi da quelli di quindici o vent’anni fa: più complessi, più interconnessi, meno prevedibili. Non si risolvono con procedure lineari del tipo “fai A, poi B, poi C e ottieni il risultato”. Prima di cercare la soluzione devi capire nel profondo il problema o l’obiettivo che vuoi raggiungere; spesso questo significa mettere in discussione il problema stesso, così come ti viene presentato o come lo stai vedendo in quel momento. Significa fermarti a definirlo con precisione, prima di compiere delle azioni, evitando di reagire d’istinto. Solo allora puoi costruire un approccio, un framework, una prospettiva che funziona per quella situazione specifica.
Il Business Performance Designer nasce per coprire esattamente questo spazio. Costruisce strumenti operativi nati dall’analisi di performance reali, pensati per un solo scopo: aiutarti a pensare, comunicare, decidere e risolvere meglio quando la pressione è alta e il tempo per farlo è poco. E quando serve sviluppare competenze che ancora non hai, integra gli strumenti con percorsi di formazione mirata.
Primo divario: sapere teorico vs saper fare concreto
“Bisogna essere lucidi sotto pressione” oppure “pensa in modo più strutturato” sono frasi che senti spesso. Ma come si fa concretamente? Quali sono i passaggi precisi, per non farti travolgere dall’ansia, quando devi chiudere una collaborazione o annunciare che un prodotto va rivisto da zero? Quando sei nel mezzo della crisi, con il cervello annebbiato dallo stress e dieci problemi che ti urlano tutti insieme nella testa, la teoria non serve a niente.
Il Business Performance Designer ti fornisce una sequenza strutturata, adattata al tuo modo di funzionare: come separare i fatti dalle interpretazioni emotive, quali domande porti per recuperare lucidità, cosa fare per rallentare quando l’istinto ti spinge a reagire di fretta. Ti dà un framework personalizzato che ti guida passo passo, una procedura applicabile al tuo caso specifico.
Secondo divario: risposte generiche vs strumenti operativi focalizzati
Troppi professionisti offrono risposte generiche, oppure ti dicono quello che vuoi sentirti dire, perché il modello tradizionale – purtroppo – privilegia la durata della relazione rispetto alla risoluzione rapida ed effettiva del problema. E, in particolare, non hanno alcun interesse a renderti davvero indipendente.
Il Business Performance Designer, invece, parte da un presupposto semplice: gli strumenti devono modellarsi sulla tua situazione e sul tuo modo di essere, e devono renderti padrone della situazione, non il contrario. Sei guidato a prendere consapevolezza del problema nel modo corretto per te, attraverso le domande giuste: quelle che ti fanno capire quale informazione ti manca davvero, quale criticità stai ignorando, quale soluzione hai scartato troppo in fretta. Perché è lì, nella definizione precisa del problema, che si gioca quasi tutto e, alla fine, le risposte le trovi tu.
Si tratta di definire il problema con precisione attraverso una struttura che ti guida tenendo conto delle tue caratteristiche, del tuo contesto, dei tuoi valori. Questo ti permette poi di agire con efficacia. Gli strumenti ti aiutano a rallentare quel tanto che basta quando la pressione ti spinge a reagire di fretta, a guardare la situazione da prospettive multiple, a distinguere il sintomo dalla causa profonda. Questo approccio, che integra design thinking e pensiero laterale, è il cuore del metodo.
Gli strumenti sono self-service by design e accessibili 24/7. Alcuni aiutano a orientare il pensiero, altri a guidare l’azione. Li usi in autonomia quando preferisci lavorare da solo. Quando invece ti serve sviluppare una competenza che non hai ancora, integri gli strumenti con percorsi formativi mirati.
Il fondamento: pensare in modo consapevole e lucido
Prima ancora degli ambiti concreti in cui interviene, il Business Performance Designer poggia su una capacità che sta sotto a tutto ed è la base dell’intera architettura: pensare in modo consapevole e lucido. È ciò che fa la differenza, nei momenti critici, tra lucidità e confusione, tra azione efficace e reazione sbagliata, tra il cambiare le cose che puoi cambiare e l’arrenderti.
La nostra mente, sotto stress, tende ad amplificare tutto. Un problema diventa una catastrofe, un’incertezza diventa una certezza di fallimento, un’emozione negativa diventa l’unica realtà che esiste. Questo meccanismo, perfettamente normale e umano, ci fa perdere lucidità proprio quando ne avremmo più bisogno.
Il Business Performance Designer crea strumenti che aiutano ad accettare la situazione com’è realmente nel momento presente, senza amplificazione emotiva o minimizzazione difensiva.
Strumenti che integrano pratiche di mindfulness (1) validate scientificamente, protocolli strutturati usati in contesti ad alte prestazioni per mantenere presenza mentale. Framework adattati al tuo modo di pensare che aiutano a separare i fatti oggettivi dalle interpretazioni soggettive, a distinguere il dolore oggettivo dalla sofferenza soggettiva amplificata mentalmente: il fallimento di un prodotto è un dolore inevitabile, ma passare mesi a ruminare “sono un fallito” è una sofferenza evitabile. Procedure che aiutano a chiarire i tuoi valori, a comprendere il tuo scopo e a ridurre i bias cognitivi più comuni, quelle distorsioni automatiche che ti fanno vedere solo conferme di ciò che già pensi, evitare informazioni scomode o sovrastimare rischi remoti.
Su questa base poggiano i sei ambiti di intervento.
I sei ambiti di intervento
Sono i sei domini in cui imprenditori e manager affrontano più spesso situazioni ad alta intensità, e in cui gli strumenti del Business Performance Designer trovano applicazione concreta. Nella realtà non sono compartimenti stagni: in una stessa situazione critica spesso si intrecciano.
1) Decision making. Devi prendere una decisione critica con informazioni incomplete e il tempo che stringe. Tutte le opzioni sembrano sbagliate, oppure rimani bloccato nonostante l’urgenza di scegliere. Siamo abituati a pensare che le decisioni importanti richiedano “coraggio”, “intuito”, “esperienza”: tutte cose vere, ma insufficienti quando la pressione è alta, perché in quei momenti i bias cognitivi si amplificano. Come documentato da Daniel Kahneman, quando operiamo in modalità automatica e reattiva (System 1) tendiamo a confermare quello che già pensiamo, a evitare le perdite anche quando statisticamente converrebbe rischiare, a farci influenzare da informazioni irrilevanti presentate nel modo sbagliato. Gli strumenti progettati per questo ambito attivano il pensiero deliberato e analitico (System 2): procedure anti-bias calibrate sui tuoi pattern mentali, criteri oggettivi di valutazione adattati al tuo contesto, metodi per gestire l’incertezza senza restare bloccato. L’intuito, che resta prezioso, viene integrato con rigore metodologico, così da ridurre sia l’impulsività sia il blocco decisionale e arrivare a una scelta in cui hai fatto tutto quello che potevi per ridurre gli errori prevedibili.
2) Problem solving. Hai provato le soluzioni standard e tutte hanno fallito. Il problema persiste, le risorse si esauriscono, e devi capire cosa non funziona davvero. Qui serve un approccio insieme metodico e creativo, due qualità che sembrano in contraddizione ma sono complementari. Metodico significa avere un processo strutturato per diagnosticare il problema reale e non il sintomo, per validare rapidamente le ipotesi di soluzione, per capire quando insistere e quando cambiare approccio. Creativo significa superare preconcetti come “abbiamo sempre fatto così” o “questa è l’unica strada possibile”. Gli strumenti per questo ambito guidano questo equilibrio: framework diagnostici che distinguono la causa dal sintomo, template per validare ipotesi senza sprecare le risorse che hai, criteri contestualizzati per decidere quando lasciare un approccio anche se hai investito tanto.
3) Change management. Ristrutturazioni necessarie, crescita esplosiva che fa collassare la cultura aziendale, ridimensionamenti inevitabili. Come mantieni le performance del team mentre tutto cambia intorno? Come comunichi trasformazioni difficili senza perdere le persone chiave? Gli strumenti per questo ambito strutturano la gestione delle resistenze e aiutano a mantenere la produttività durante transizioni stressanti.
4) Comunicazione strategica. Hai una trattativa critica domani, un cliente furioso da gestire oggi, o devi presentare risultati negativi al board senza perdere credibilità. Quante conversazioni difficili hai gestito male perché non sapevi come iniziarle, come affrontare le reazioni dell’altro, come concluderle senza lasciare macerie? La comunicazione sotto pressione è un’abilità specifica, diversa dalla comunicazione ordinaria: richiede preparazione strutturata, gestione del timing, consapevolezza delle proprie emozioni e di quelle altrui, chiarezza sul messaggio. Gli strumenti per questo ambito offrono strutture per condurre le conversazioni critiche – concludere una vendita che ha preso una brutta piega, comunicare un licenziamento, annunciare un pivot, gestire una riunione tesa, presentare numeri negativi – con chiarezza su cosa dire, quando dirlo, come comportarsi di fronte a reazioni imprevedibili e cosa fare se la conversazione deraglia.
5) Customer experience. Ci sono momenti critici del customer journey in cui il cliente decide se restare o andarsene. Una situazione è degenerata e serve un recupero immediato, oppure il rischio di abbandono è alto e l’escalation è arrivata fino al vertice. Come trasformi un cliente insoddisfatto in un promotore del tuo brand? Gli strumenti ti guidano nella gestione delle crisi e nelle conversazioni dove ogni parola può fare la differenza.
6) Vendita. Negoziazioni commerciali complesse dove ogni dettaglio conta. Obiezioni che bloccano trattative ad alto valore, dinamiche di potere sfavorevoli, la pressione della chiusura che ti fa perdere lucidità. Servono approcci personalizzati per preparare negoziazioni complesse, gestire le resistenze senza forzature controproducenti, mantenere chiarezza strategica quando la tentazione è cedere troppo o spingere nel modo sbagliato.
In tutti questi ambiti, spesso, si tratta di piccoli cambiamenti fatti uno alla volta, che possono però fare una differenza enorme. E quando serve sviluppare una competenza che ancora non hai, gli strumenti si integrano con percorsi di formazione mirata.
Il laboratorio del Business Performance Designer
Tutto parte dall’analisi di performance reali in situazioni di pressione estrema. Nel mio caso, il laboratorio è spesso il calcio professionistico. Mi piace molto come sport, ma l’ho scelto soprattutto perché offre condizioni uniche per studiare cosa succede quando la pressione è massima, a livello individuale e di team. In una finale di Champions League, quando una squadra è sotto di tre gol e ha quarantacinque minuti per recuperare un risultato statisticamente impossibile, ogni decisione tattica è registrata, ogni comunicazione tra giocatori è osservabile, ogni reazione a un errore è misurabile. Hai dati oggettivi e in grande quantità su cosa funziona e cosa no, in condizioni dove sbagliare significa perdere tutto in un tempo ristretto, davanti a milioni di persone, con conseguenze economiche e psicologiche enormi.
Replicare questo studio in un contesto aziendale sarebbe estremamente difficile, se non impossibile. Anche quando un imprenditore ti dà accesso ai suoi dati aziendali, lo fa per ricevere un supporto specifico per la sua azienda, non perché tu raccolga materiale per un laboratorio di performance che aiuterà chiunque. E comunque, pur superando questa barriera, restano limiti molto più concreti: privacy, segreto industriale, dati riservati e confidenziali.
Ma il problema più profondo sono le tempistiche. Le situazioni di pressione significativa in azienda sono rare e imprevedibili. Dovresti osservare per anni, aspettando che quelle situazioni si verifichino. E anche riuscendoci, avresti un campione ridottissimo che rende quasi impossibile distinguere pattern replicabili da circostanze specifiche o dalla fortuna / sfortuna.
Il calcio professionistico offre invece centinaia di match critici ogni anno, migliaia di situazioni documentate con dati oggettivi, pattern verificabili su campioni ampi. È un laboratorio naturale che nessun ecosistema business può offrire.
Ho fondato Remontada proprio per questo: è il primo laboratorio di Business Performance Design che usa il calcio come fonte primaria di dati. Il sistema che ho sviluppato combina analisi quantitativa e qualitativa. Da un lato statistiche di performance, tracking dei movimenti, timing degli eventi che vengono analizzati con l’aiuto del machine learning per identificare pattern ricorrenti in dataset ampi, che sarebbero difficili da rilevare manualmente. Dall’altro l’osservazione qualitativa delle dinamiche comunicative, del linguaggio del corpo, delle reazioni emotive, della qualità delle interazioni tra giocatori nei momenti critici. Elementi che i numeri da soli non catturano, ma che sono decisivi per capire perché certi pattern emergono.
Le domande che mi guidano sono concrete: cosa fanno le squadre che recuperano uno 0-3 in finale? Come comunicano tra loro nei momenti peggiori? Quali decisioni tattiche prendono, e quando? Come reagiscono agli errori? Una volta identificato un pattern, lo valido attraverso la ricerca scientifica consolidata su bias cognitivi, decision-making sotto incertezza e problem solving. Verifico cioè che quello che ho osservato non sia un caso isolato, ma corrisponda a meccanismi psicologici e cognitivi ben documentati.
Quando analizziamo cinquanta partite in cui c’è stato un recupero da situazione impossibile, e identifichiamo che in quarantadue di quelle cinquanta c’è stato uno specifico cambio nel modo di comunicare tra giocatori nei primi dieci minuti dopo il momento peggiore, quello non è un caso. È un pattern. E se quel pattern corrisponde a meccanismi psicologici documentati nella ricerca scientifica – per esempio, la capacità di accettare rapidamente una situazione negativa, invece di lamentarsi, consuma meno energia cognitiva e lascia più risorse per l’azione – allora diventa qualcosa che posso trasformare in uno strumento applicabile.
Ma il calcio è solo la fonte. Il lavoro vero è l’elaborazione e la traduzione. La rimonta impossibile del Barcellona, per dire, non è solo una bella storia: racchiude meccanismi specifici che traduco in framework, playbook e template utilizzabili da un imprenditore in una situazione analoga.
Quello stesso meccanismo dell’accettazione, per esempio, diventa un toolkit operativo concreto per chi deve gestire il fallimento di un prodotto. Come si fa, nella pratica, ad accettare in fretta? Quali sono i passaggi mentali? Quali trappole cognitive evitare? Come si comunica al team questa accettazione senza sembrare rassegnati? Come si passa dall’accettazione all’azione costruttiva senza perdere tempo in lamentele sterili?
Il risultato sono strumenti operativi pronti all’uso – framework, playbook, template – che prendi e applichi seguendo i passaggi indicati. La teoria che li sostiene è disponibile per chi vuole approfondire, ma non è necessaria per usarli: non serve capire come funziona il calcio, né sapere da quale pattern nasce quello strumento.
Non c’è un framework “taglia unica” che fornisce la stessa soluzione per tutti. Durante l’onboarding, automatizzato o guidato da me in sessioni individuali, il framework si adatta alle tue caratteristiche: il tuo stile cognitivo, i tuoi valori, il tuo contesto specifico, i tuoi pattern ricorrenti. Questa personalizzazione fa la differenza tra uno strumento generico che usi una volta e abbandoni, e uno strumento su misura che integri nel tuo modo di lavorare.
Ogni strumento viene testato con utenti reali prima di essere pubblicato. Raccogliamo feedback, iteriamo, correggiamo, semplifichiamo dove troppo complesso, aggiungiamo dettagli dove troppo vago. E documentiamo i limiti e i contesti specifici: in quali situazioni lo strumento funziona bene, in quali funziona meno, in quali non funziona per niente. Questa trasparenza è fondamentale.
Il coaching: un percorso distinto e complementare
Oltre a essere un Business Performance Designer, sono anche un coach. È importante chiarire un punto, perché è facile confondere le due cose: il Business Performance Designer e il coach sono due ruoli che ricopro separatamente, operando in momenti diversi e con modalità differenti.
Il Business Performance Designer studia, progetta e costruisce strumenti, e quando serve eroga formazione. Il coaching è un’altra cosa: è una collaborazione, fondata su domande, ascolto e fiducia, in cui sei tu a trovare le tue risposte, a maturare le tue consapevolezze e definire le tue azioni per il raggiungimento autonomo di un risultato. Non prescrive soluzioni, non trasferisce contenuti secondo un programma formativo prestabilito, non dà consigli durante la sessione. Lavora su un piano suo, fornendo osservazioni e restituzioni senza giudizio e senza attaccamento, invitando il cliente a valutarne l’utilità rispetto al proprio obiettivo.
Per questo i due percorsi restano separati anche nella pratica:
• da un lato ci sono gli strumenti e i percorsi che restituiscono report operativi che usi in autonomia, quando vuoi, e ti danno chiarezza concreta;
• dall’altro c’è la possibilità, per chi lo desidera, di entrare in un percorso di coaching vero e proprio che è un momento distinto, con un suo contratto e un suo patto, in cui ci lavoriamo insieme in sessioni dedicate.
I due mondi possono affiancarsi – il coaching può approfondire ciò che gli strumenti hanno fatto emergere, oppure preparare il terreno per usarli meglio – ma non si sovrappongono e non si confondono mai.
Quando ricopro il ruolo di coach, lo faccio nel pieno rispetto degli standard etici e professionali di questo mestiere, con la massima trasparenza sui confini tra i due ruoli.
Confini chiari: cosa non rientra in questo lavoro
Gli strumenti del Business Performance Designer, la formazione e il coaching – pur restando attività distinte – condividono lo stesso perimetro: obiettivi di performance, decisioni di business, comunicazione strategica, problem solving operativo. Quando necessario, si affrontano anche dinamiche personali che impattano direttamente sulla performance lavorativa, per esempio lo stress da caregiver che influenza le decisioni o il burnout che compromette la lucidità. Ma ci sono confini netti che non vengono mai superati.
Il primo confine è la psicoterapia. Questo lavoro non diagnostica né tratta patologie o disturbi psicologici, e non sostituisce un percorso psicologico o psicoterapeutico. Se emergono bisogni o segnali che richiedono competenze cliniche, o che comunque eccedono il mio ruolo, ne parlo apertamente con il cliente e lo invito a valutare il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta qualificato. Quando necessario, il percorso può essere sospeso o interrotto; se resta appropriato e chiaramente distinto dall’intervento clinico, può proseguire nel rispetto degli accordi e dei confini professionali.
Il secondo confine è il life coaching generico. Il focus resta sempre ancorato a performance, obiettivi di business e decisioni professionali. Una questione personale può essere affrontata solo quando impatta direttamente sul lavoro; altrimenti esce dal perimetro.
Il terzo è la concretezza dell’obiettivo. Si punta sempre a qualcosa di definito e riconoscibile: prendere una decisione, gestire quella conversazione difficile, risolvere quel problema, migliorare quella performance. Sul piano degli strumenti il progresso è osservabile, misurabile ed è raggiungibile con le risorse che si hanno; nel coaching è il cliente stesso a definire l’obiettivo e a riconoscere quando l’ha raggiunto. In nessun caso si tratta di un generico “stare meglio”.
Per chi è pensato tutto questo
Gli strumenti e la formazione del Business Performance Designer non sono per tutti. Così come non lo è il coaching, che resta un percorso distinto. Semplicemente, funzionano bene per un tipo specifico di persona e meno per altri.
Sono pensati per imprenditori, manager e liberi professionisti che vivono sotto stress costante: collaboratori da pagare, clienti da soddisfare, fornitori con cui interfacciarsi, decisioni da prendere con conseguenze misurabili. Persone che operano tipicamente in piccole e medie imprese o startup, dove le risorse potrebbero essere limitate, il margine di errore è stretto, e non c’è un grande apparato aziendale che ammortizza gli sbagli.
Funzionano per chi è pragmatico: chi cerca strumenti che funzionano davvero, più di qualcuno che lo ispiri con slogan motivazionali. Chi apprezza il rigore metodologico – citazioni scientifiche, dati verificabili, pattern estratti da performance reali, limiti documentati con onestà – più della retorica emozionale fine a se stessa.
Funzionano per chi vuole flessibilità: usare gli strumenti in autonomia quando preferisce lavorare da solo, oppure integrarli con formazione mirata quando serve sviluppare competenze specifiche. E, per chi lo sceglie, c’è la possibilità di affiancare a tutto questo un percorso di coaching distinto (nei modi e nei tempi che vedremo insieme) che può accelerare in modo significativo il raggiungimento di un obiettivo quando la posta in gioco è alta.
E funzionano particolarmente bene per chi ha già fallito abbastanza volte da sapere che “fare di più” o “impegnarsi di più” non sempre risolve i problemi. A volte serve fare diversamente. Cambiare approccio. Avere un metodo quando l’intuito non basta. Sapere quali sono quei piccoli cambiamenti che, applicati uno alla volta, possono fare una grande differenza.
Questa consapevolezza – che l’intensità dello sforzo non sostituisce la qualità del metodo – è fondamentale. Perché il lavoro del Business Performance Designer richiede di fermarsi qualche minuto o qualche ora invece di reagire d’impulso nei primi secondi, e seguire un processo strutturato. Fermarsi deliberatamente va contro quell’istinto che, sotto pressione, spinge sempre ad agire subito. Ma è questo che fa la differenza tra reazione impulsiva e azione efficace.
Una categoria che risponde a un bisogno molto sentito
Il Business Performance Designer è una categoria professionale nuova, che circoscrive meglio qualcosa che facevo e che non rientrava in nessuna “casella” già esistente.
Saper gestire i momenti più critici, prendere decisioni migliori quando il tempo stringe, comunicare efficacemente in situazioni difficili, risolvere problemi complessi con risorse limitate: è un bisogno reale e molto sentito. È una necessità quotidiana di migliaia di imprenditori e manager che sono costretti ad affrontare situazioni complesse con strumenti poco adeguati e spesso senza compagni di squadra capaci di affiancarli “quando il gioco si fa duro”.
Negli anni a venire, questa figura probabilmente crescerà. Altri professionisti svilupperanno approcci simili, creeranno loro strumenti, forse definiranno metodi propri. Il principio resterà lo stesso: analizzare performance reali in condizioni complesse, estrarre pattern, trasformarli in strumenti applicabili, personalizzarli per ogni individuo.
Avendo definito una categoria professionale, è mia responsabilità stabilirne gli standard, insieme ai miei collaboratori.
Gli standard che contano sono chiari:
• Rigore metodologico: pattern estratti da performance reali documentate, non da aneddoti o intuizioni personali. Validazione attraverso ricerca scientifica consolidata. Testing con utenti reali prima della distribuzione. Documentazione onesta dei limiti e dei contesti di applicazione.
• Personalizzazione effettiva: strumenti che si adattano alla persona, non ricette generiche uguali per tutti. Un processo di customizzazione, automatizzato o guidato, che tiene conto di caratteristiche individuali, contesto specifico e valori personali.
• Trasparenza sui risultati: chiarezza su cosa funziona, dove funziona, quando funziona e, soprattutto, quando NON funziona. Nessuna promessa miracolosa, nessuna garanzia impossibile.
Alla fine conta questo: quando un imprenditore si trova con le spalle al muro, prende uno dei nostri strumenti, lo usa nel modo giusto e la situazione migliora. Nessuna magia: solo un metodo personalizzato, chiaro e validato per pensare, comunicare, decidere e risolvere meglio.
Rigore nel processo, personalizzazione nell’applicazione, risultati nella pratica: ecco gli standard che contano.
Giuseppe Luca Propato
Business Performance Designer | Coach
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(1) Mindfulness. Ci sono tantissime definizioni della mindfulness. Qualcuno pensa sia una specie di meditazione o una tecnica di rilassamento, una forma di religione o applicazione del pensiero positivo. Sono interpretazioni fuorvianti. Per quanto mi riguarda, dopo anni di studio ma soprattutto di pratica, sono giunto alla stessa conclusione del medico e psicologo Russ Harris (uno dei principali esponenti mondiali in materia di ACT – Acceptance and Commitment Therapy): «La mindfulness è un insieme di abilità psicologiche per vivere efficacemente. Sono abilità che, nel loro insieme, implicano il prestare attenzione (al momento presente, nda) con apertura, curiosità e flessibilità». Il discorso è ovviamente più ampio e variegato, ma verrà approfondito in successivi articoli ed è parte integrante degli strumenti che progetto.
Glossario: Customer journey, Tracking, Machine learning, Startup