Business Performance Designer: chi è, cosa fa e come può aiutarti

Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore, uniche coloro che usano entrambi. (Rita Levi Montalcini)
Cosa succede quando devi decidere qualcosa di importante e il tempo stringe? Di solito le informazioni che hai sono incomplete, contraddittorie o insufficienti per fare una scelta con maggiore sicurezza. Eppure devi agire ora, senza possibilità di rimandare. E sai che sbagliare costa caro a livello economico, professionale e psicologico.
In queste situazioni, la maggior parte delle volte ci affidiamo all’istinto. A quella sensazione nella pancia che ci dice “vai da questa parte” o “forse è meglio aspettare”. Altre volte proviamo a essere razionali, mettiamo giù pro e contro su un foglio, pesiamo le opzioni. Ma quando la pressione sale, lo stress diventa tangibile e tutto si decide in un attimo, anche i metodi più strutturati sembrano inadeguati. La mente si annebbia, le emozioni prendono il sopravvento, alla fine decidiamo comunque “di pancia” e poi cerchiamo una giustificazione razionale che ci faccia stare meglio.
Questo modo di operare – con la mente annebbiata e senza il supporto adeguato – ha un costo preciso in:
• decisioni sbagliate che avremmo voluto prendere in maniera differente;
• parole usate male che rovinano relazioni di lavoro costruite in anni;
• problemi piccoli che diventano enormi perché non li abbiamo affrontati nel modo giusto quando era il momento.
E ogni volta che succede, ci promettiamo che la prossima volta faremo meglio, che staremo più attenti, che penseremo prima di parlare o di agire. Ma sappiamo già, in fondo, che probabilmente succederà di nuovo. Siamo fatti così, è normale, non saremo mai perfetti. L’importante è acquisirne la consapevolezza e diventare più bravi nel ridurre la frequenza di pensieri, parole e azioni che fanno male a noi e agli altri.
Nel 2025 ho coniato il termine “Business Performance Designer” per descrivere una figura professionale che non esisteva e che lavora esattamente su questo: come le persone pensano, comunicano, decidono e risolvono problemi quando la pressione è alta e il margine di errore deve essere ristretto. Non attraverso teorie astratte o storielle motivazionali, ma attraverso l’analisi rigorosa di dati reali, di performance verificate in situazioni estreme, trasformati in strumenti pratici che chiunque può usare quando serve davvero.
Questo articolo ti spiega chi è questa figura, cosa fa concretamente, quali competenze richiede e, inoltre, quali obiettivi può aiutarti a raggiungere.
Che cosa significa “Business Performance Designer”
Ho coniato questo termine perché nessuna delle categorie professionali esistenti descriveva più, in modo preciso, quello che faccio oggi. Sono un imprenditore, ho esperienza ventennale in consulenza e coaching (ho affiancato oltre 350 imprenditori e manager), formazione (ho formato 7.000 persone). Ma ora il mio lavoro è diverso dalla semplice somma di queste attività: non vendo principalmente tempo, non mi limito a consigliare, insegnare o accompagnare in modo continuativo tramite il classico modello one-to-one.
L’evoluzione nasce dalla consapevolezza che occorre un modello integrato – strumenti scalabili, formazione mirata, coaching personalizzato – più accessibile per le PMI italiane e che, soprattutto, permetta di aiutare in modo concreto molti più imprenditori contemporaneamente senza rinunciare alla personalizzazione quando serve.
È una figura che non nasce soltanto dalla mia vita professionale, ma anche dal fatto che da diversi anni sono un caregiver. Prendo decisioni che hanno conseguenze serie per persone che amo, spesso con informazioni incomplete, quasi sempre in situazioni ad alta intensità temporale e psicologica. Devo comunicare in modo chiaro e strategico anche quando il livello emozionale è elevato, il mio e degli altri. Mi occupo di risolvere problemi concreti che non posso rimandare, né ignorare. Questa realtà mi ha fornito competenze che venticinque anni di business da soli non avrebbero potuto insegnarmi.
Ho imparato sulla mia pelle la differenza tra empatia e compassione. Paul Bloom nel suo libro “Against Empathy” lo spiega bene: la prima ti porta a condividere il dolore dell’altro ma rischi di restare bloccato, la seconda ti permette di capire cosa serve davvero e ti fa agire anche quando non è piacevole. Ho sviluppato adattabilità e flessibilità strutturale: ogni giorno è diverso, ogni giorno richiede soluzioni nuove. Ho capito cosa significa davvero decidere in momenti critici, quando sbagliare non è un’opzione. Per cui, quando parlo di pensare lucido, comunicare strategico, decidere sotto incertezza, risolvere problemi complessi… non mi occupo di teoria, ma di quello che ho dovuto imparare a fare, ogni singolo giorno, da anni.
E adesso – in qualità di Business Performance Designer – analizzo, con rigore scientifico, come le persone performano sotto pressione. Non la pressione normale del lavoro quotidiano, che spesso è solo una sensazione di avere troppe cose da fare e poco tempo. Parlo della pressione vera, quella che a volte ti toglie il fiato. Quando devi decidere qualcosa di irreversibile con informazioni incomplete. Nei casi in cui devi comunicare una notizia che potrebbe fare male a qualcuno. Oppure hai provato tante soluzioni diverse e tutte hanno fallito. Il tempo è scaduto e devi agire comunque, anche se non ti senti pronto.
In queste situazioni, le persone si comportano in modi specifici. Alcuni mantengono lucidità e prendono decisioni sorprendentemente buone. Altri collassano e fanno errori che in condizioni normali mai farebbero. La differenza non è solo nel talento naturale o nell’esperienza. C’è qualcosa di più profondo: ci sono meccanismi cognitivi e comportamentali specifici che distinguono chi recupera da chi affonda. E questi meccanismi si possono osservare, misurare, capire e – soprattutto – applicare attraverso i giusti strumenti.
Il mio lavoro parte dall’analisi quantitativa di queste situazioni. Studio performance verificate in contesti dove la pressione è documentabile oggettivamente, tra cui il calcio professionistico, dove ogni finale, ogni recupero impossibile, ogni momento critico è registrato, analizzato, misurato con dati precisi. Identifico pattern ricorrenti: cosa fanno le squadre che recuperano uno 0-3 in finale? Come comunicano tra loro nei momenti peggiori? Quali decisioni tattiche prendono e quando? Come reagiscono agli errori?
Una volta identificati questi pattern, li valido attraverso la ricerca scientifica consolidata su bias cognitivi, decision-making sotto incertezza e problem solving. Verifico che quello che ho osservato non sia un caso isolato, ma corrisponda a meccanismi psicologici e cognitivi ben documentati. Poi li trasformo in strumenti operativi applicabili al business, ma non strumenti rigidi uguali per tutti. Ogni framework, così come ogni percorso di affiancamento, viene personalizzato in base a chi lo usa, perché ogni essere umano è unico e affronta situazioni critiche in modo diverso.
Non racconto semplicemente storie ispiranti su come il Liverpool ha vinto una finale impossibile. Prendo i meccanismi specifici che hanno permesso quella rimonta e li traduco in framework, playbook, template che un imprenditore usa quando si trova in situazione analoga. Strumenti testati con utenti reali prima della distribuzione, adattati alle caratteristiche individuali, presentati con i loro limiti di applicazione espliciti e condizioni di validità. Se non funzionano in un contesto specifico, capisci esattamente perché. E quando serve, integro questi strumenti con formazione mirata per sviluppare competenze specifiche e coaching personalizzato per guidarti nell’applicazione al tuo caso unico.
Perché serve questa nuova figura professionale
Il mercato della formazione, della consulenza e del coaching per imprenditori offre molte opzioni, ma quando ti trovi con le spalle al muro – devi licenziare persone o chiudere un’area di business, comunicare ai soci che il prodotto va rifatto da zero, hai provato dieci soluzioni diverse e tutte hanno fallito – spesso queste figure, da sole, non ti danno quello che serve.
Il consulente strategico ti fa un’analisi personalizzata che costa troppo e richiede mesi: report incomprensibili di decine di pagine, presentazioni PowerPoint, meeting interminabili. Spesso si investe più tempo in raccomandazioni generiche che nell’affrontare il problema in modo concreto. E quando la consulenza finisce, ti ritrovi senza strumenti per affrontare la prossima crisi da solo.
Il coach tradizionale ti accompagna con sessioni regolari che ti aiutano a riflettere e a lavorare su te stesso. Ma spesso lavora senza framework operativi validati su pattern e performance reali, basandosi principalmente su domande potenti e ascolto attivo. Quando sei sotto pressione estrema serve anche un metodo preciso da applicare subito, non solo consapevolezza da sviluppare nel tempo. Il coaching funziona meglio quando è integrato con strumenti strutturati testati, non quando si basa esclusivamente su esplorazione e riflessione.
Il formatore classico ti insegna teorie interessanti in aula su leadership, negoziazione, gestione del tempo. Ma quando torni in ufficio e ti trovi davanti alla decisione concreta, quelle teorie sembrano improvvisamente lontane dalla realtà. Manca il ponte tra apprendimento e applicazione, tra sapere e saper fare.
Chiariamoci: esistono consulenti, coach e formatori eccellenti. Ma troppe esperienze negative – professionisti improvvisati, chiacchiere, tempo perso, costi alti, risultati scarsi – hanno eroso la fiducia di molti imprenditori nei confronti del mercato. Per una PMI con budget e tempo limitati, trovare l’aiuto giusto è ormai diventata una scommessa molto rischiosa.
Il problema non è nelle singole professioni, ma nell’assenza di integrazione.
I problemi che imprenditori e manager affrontano oggi sono diversi da quelli di quindici o vent’anni fa: più complessi, più interconnessi, meno prevedibili. Non puoi risolverli applicando procedure lineari del tipo “fai A, poi B, poi C e ottieni il risultato”. Prima di cercare la soluzione, devi capire nel profondo il problema o l’obiettivo che si intende raggiungere e, spesso, può significare mettere in discussione il problema o l’obiettivo stesso come ti viene presentato. Significa fermarsi a definirlo con precisione invece di reagire d’istinto. Solo allora puoi costruire un approccio, un framework, una prospettiva che funziona per una situazione specifica, per fare un passo avanti concreto.
Eppure la maggior parte dei professionisti continua a lavorare come se i problemi fossero ancora semplici e lineari, come se il contesto competitivo non fosse radicalmente cambiato. La criticità non è solo economica o temporale, ma strutturale. Esistono gap enormi che nessuno risolve davvero.
Primo grande divario: sapere teorico vs saper fare concreto
“Bisogna essere lucidi sotto pressione” oppure “pensa in modo più strutturato” sono dei consigli che senti spesso. Ma come si fa concretamente? Quali sono i passaggi precisi per non farti travolgere dall’ansia quando devi chiudere una collaborazione o annunciare che un prodotto va completamente rivisto? Quando sei nel mezzo della crisi, con il cervello annebbiato dallo stress e dieci problemi che ti urlano tutti insieme nella testa, la teoria non ti serve a niente.
Il Business Performance Designer ti fornisce una sequenza strutturata, adattata al tuo modo di funzionare: come separare i fatti dalle interpretazioni emotive, quali domande porti per recuperare lucidità, cosa fare per rallentare quando l’istinto ti spinge a reagire di fretta. Ti dà un framework tattico personalizzato che ti guida passo passo, niente motivazione generica e teorica, ma una procedura applicabile al tuo caso specifico. E quando il framework da solo non basta, ti affianca con sessioni di coaching per aiutarti ad applicarlo alla tua situazione unica, oppure con formazione mirata per sviluppare le competenze che ti mancano.
Secondo grande divario: soluzioni preconfezionate vs strumenti operativi mirati
La maggior parte dei professionisti offre risposte generiche, oppure ti dice quello che vuoi sentirti dire, perché il modello tradizionale – purtroppo – privilegia la durata della relazione rispetto alla risoluzione rapida del problema. “Devi comunicare meglio”… sì, ma poi?
Il Business Performance Designer sa che il vero lavoro non è darti risposte preconfezionate, ma fornirti strumenti che si modellano sulla tua situazione specifica e sul tuo modo di essere. Come? Attraverso un processo di personalizzazione che tiene conto delle tue caratteristiche, del tuo contesto, dei tuoi valori. Ti vengono sottoposte le domande giuste: quelle che ti fanno capire quale informazione ti manca davvero, quale criticità stai ignorando, quale soluzione hai scartato troppo in fretta. Le risposte le trovi tu, ma sei guidato nel porre il problema nel modo corretto per te. E quando serve comunicare, ti fornisce una guida operativa adattata al tuo stile per quella conversazione difficile che rimandi da settimane: come aprirla, come gestire le obiezioni prevedibili, quando fermarti ad ascoltare, come chiudere senza lasciare ambiguità. Non un copione rigido uguale per tutti, ma una mappa che si adatta anche quando la conversazione prende una piega difficile.
Il Business Performance Designer integra ciò che funziona da consulenza, coaching e formazione, eliminando ciò che non serve.
Crea strumenti personalizzati che funzionano quando li usi nel modo giusto: framework decisionali adattivi, playbook operativi su misura, template strutturati ma flessibili, checklist contestualizzate, sessioni di formazione e coaching super focalizzate. Ti guidano nel fare il lavoro più importante, spesso sottovalutato: capire qual è davvero il problema prima di iniziare a risolverlo.
Gli strumenti stessi ti aiutano a rallentare quando la pressione ti spinge a reagire di fretta, a guardare la situazione da prospettive multiple, a distinguere sintomo da causa profonda. Questo approccio – che integra design thinking, pensiero laterale e coaching – è il cuore del metodo.
“Siccome ho molta fretta, vado molto piano” (Napoleone)
Si tratta di definire il problema con precisione attraverso una struttura che ti guida. Questo ti permette poi di agire velocemente e con efficacia. Gli strumenti sono “self-service by design” e accessibili 24/7. Alcuni aiutano a orientare il pensiero, altri a guidare l’azione. Li usi in autonomia quando preferisci lavorare da solo. Ma quando serve supporto umano – per personalizzare ulteriormente l’applicazione, per mantenere accountability, per superare blocchi che da solo non vedi – integri gli strumenti con sessioni di coaching o percorsi formativi mirati. È questione di scegliere il livello di supporto giusto per te in quel momento. Le tempistiche variano: un framework può darti chiarezza in un’ora o due, un percorso di coaching può accompagnarti per settimane o mesi, quando la posta in gioco è alta e la trasformazione richiede tempo.
Competenze del BPD e ambiti di intervento
Il lavoro del Business Performance Designer si articola su due livelli: quattro competenze fondamentali e sei ambiti concreti di applicazione.
Le quattro competenze fondamentali
Sono capacità specifiche che – durante momenti critici – fanno la differenza tra successo e fallimento, tra lucidità e confusione, tra azione efficace e reazione sbagliata, tra il cambiare le cose che puoi cambiare e arrendersi.
1) Pensare in modo consapevole e lucido. Sembra banale, ma quando la pressione sale non lo è affatto. La nostra mente, sotto stress, tende ad amplificare tutto. Un problema diventa una catastrofe, un’incertezza diventa una certezza di fallimento e un’emozione negativa diventa l’unica realtà che esiste. Questo meccanismo – perfettamente normale e umano – ci fa perdere lucidità proprio quando ne avremmo più bisogno.
Il Business Performance Designer crea strumenti che aiutano ad accettare la situazione com’è realmente nel momento presente, senza amplificazione emotiva o minimizzazione difensiva. Strumenti che integrano pratiche di mindfulness (1) validate scientificamente, protocolli strutturati usati in contesti ad alte prestazioni e situazioni di stress estremo per mantenere presenza mentale. Framework adattati al tuo modo di pensare che aiutano a separare fatti oggettivi da interpretazioni soggettive, a distinguere il dolore oggettivo dalla sofferenza soggettiva amplificata mentalmente (il fallimento di un prodotto è un dolore inevitabile, ma passare mesi a ruminare “sono un fallito” è sofferenza evitabile).
Procedure strutturate che aiutano a chiarire i tuoi valori personali e comprendere il tuo scopo per agire meglio, che riducono i bias cognitivi più comuni, quelle distorsioni automatiche che ti fanno vedere solo conferme di quello che già pensi, o evitare informazioni scomode, o sovrastimare rischi remoti. Quando gli strumenti da soli non bastano, sessioni di coaching mirate ti aiutano ad applicare queste pratiche alle tue situazioni di business specifiche, mantenendo lucidità quando la pressione è alta, mentre percorsi formativi ti insegnano le tecniche fondamentali per mantenere lucidità sotto pressione.
2) Comunicare in modo strategico e persuasivo. Quante volte hai detto qualcosa in un momento di tensione e immediatamente dopo hai pensato “cazzo, perché l’ho detto”? Quante conversazioni difficili hai gestito male perché non sapevi come iniziarle, come affrontare le reazioni dell’altro e come concluderle senza lasciare macerie? La comunicazione sotto pressione è un’abilità specifica, diversa dalla comunicazione “normale”: richiede preparazione strutturata, capacità di gestione del timing, consapevolezza delle proprie emozioni e di quelle altrui, chiarezza sul messaggio.
Il Business Performance Designer progetta strutture per condurre conversazioni critiche: concludere una vendita che ha preso una brutta piega, comunicare un licenziamento, annunciare un pivot che stravolge tutto, gestire una riunione tesa dove si rischia l’esplosione. Niente copioni rigidi da recitare, ma guide che danno chiarezza su cosa dire, quando dirlo, come comportarsi di fronte a reazioni imprevedibili, cosa fare se la conversazione deraglia.
Quando la posta in gioco è particolarmente alta, sessioni di coaching ti preparano alla conversazione specifica, simulando scenari e affinando la tua strategia comunicativa. La formazione mirata sviluppa competenze come gestione delle obiezioni, ascolto attivo strategico, calibrazione emotiva.
3) Decidere in modo scientifico e preciso. Siamo abituati a pensare che le decisioni importanti richiedano “coraggio”, “intuito”, “esperienza”. Tutte cose vere, ma insufficienti quando la pressione è alta. Perché sotto pressione i nostri bias cognitivi si amplificano. Come documentato da Daniel Kahneman, quando operiamo in modalità automatica e reattiva (System 1), tendiamo a confermare quello che già pensiamo, a evitare le perdite anche quando statisticamente converrebbe rischiare, a farci influenzare da informazioni irrilevanti presentate nel modo sbagliato.
Il Business Performance Designer crea framework decisionali personalizzati che attivano il pensiero deliberato e analitico (System 2), incorporando procedure anti-bias calibrate sui tuoi pattern mentali specifici, criteri oggettivi di valutazione adattati al tuo contesto, e metodi per gestire l’incertezza senza restare bloccato. Non elimina l’intuito – che è prezioso – ma lo integra con rigore metodologico personalizzato. Il risultato è una decisione dove hai fatto tutto quello che potevi fare per ridurre gli errori prevedibili.
Quando affronti decisioni particolarmente critiche o ricorrenti, il coaching ti aiuta ad applicare il framework alla tua situazione unica, a identificare i tuoi bias personali più ricorrenti, a sviluppare maggiore consapevolezza del tuo processo decisionale. La formazione ti insegna i fondamenti del decision-making scientifico e come riconoscere le trappole cognitive più comuni.
4) Risolvere problemi in modo metodico e creativo. Sembra una contraddizione – metodico e creativo insieme – ma in realtà sono complementari. Metodico significa avere un processo strutturato per diagnosticare il problema reale (non il sintomo), per validare rapidamente le ipotesi di soluzione, per capire quando insistere e quando cambiare approccio. Creativo significa superare preconcetti tipo “abbiamo sempre fatto così” o “questa è l’unica strada possibile”.
Il Business Performance Designer progetta strumenti personalizzati che guidano questo equilibrio: framework diagnostici adattati al tuo settore che distinguono causa da sintomo, template per validare ipotesi senza sprecare risorse calibrati sulle tue disponibilità, criteri contestualizzati per decidere quando mollare un approccio anche se hai investito tanto. Quando hai provato varie soluzioni e tutte hanno fallito, questi strumenti ti aiutano a capire cosa funziona e cosa non funziona nel tuo caso specifico.
Il coaching interviene quando sei bloccato su un problema di business complesso e serve qualcuno che ti aiuti a vedere soluzioni alternative, a mettere in discussione le tue ipotesi strategiche, a esplorare approcci diversi che da solo non considereresti. La formazione sviluppa competenze specifiche di problem solving creativo e pensiero laterale.
Quando affronti una situazione critica usi simultaneamente queste quattro capacità: devi pensare in modo lucido per capire cosa succede davvero, comunicare in modo persuasivo per coinvolgere chi serve, decidere quale strada prendere, risolvere il problema concreto che hai davanti. Ma per imparare a padroneggiare tutto questo, serve scomporli e lavorarci uno alla volta, con strumenti personalizzati, formazione mirata quando serve sviluppare competenze, coaching quando serve supporto nell’applicazione. Spesso si tratta di piccoli cambiamenti, fatti uno alla volta, che però possono fare una differenza enorme.
I sei ambiti di intervento
Queste quattro capacità si applicano, in modo concreto, soprattutto in sei ambiti dove imprenditori e manager affrontano situazioni ad alta intensità.
• Decision Making. Devi prendere una decisione critica con informazioni incomplete e il tempo che stringe. Tutte le opzioni sembrano sbagliate, oppure rimani bloccato nonostante l’urgenza di scegliere. Gli strumenti progettati per questo ambito aiutano a ridurre sia l’impulsività che il blocco decisionale, fornendo criteri oggettivi di valutazione e metodi strutturati per gestire l’incertezza mantenendo lucidità. Quando la decisione è particolarmente critica, il coaching ti affianca nel processo decisionale stesso.
• Problem Solving. Hai provato le soluzioni standard e tutte hanno fallito. Il problema persiste, le risorse si stanno esaurendo, e devi capire cosa non funziona davvero. Servono framework diagnostici che distinguono il sintomo dalla causa profonda, metodi per validare ipotesi rapidamente con le tue risorse limitate, e criteri chiari per capire quando continuare a insistere e quando invece cambiare completamente strada. La formazione sviluppa competenze di analisi sistemica, il coaching ti aiuta a superare i blocchi mentali che ti impediscono di vedere soluzioni alternative.
• Change Management. Ristrutturazioni necessarie, crescita esplosiva che fa collassare la cultura aziendale, ridimensionamenti inevitabili. Come mantieni le performance del team mentre tutto cambia intorno? Come comunichi trasformazioni difficili senza perdere le persone chiave? Gli strumenti per questo ambito strutturano la gestione delle resistenze e aiutano a mantenere la produttività durante transizioni stressanti. Il coaching supporta leader e manager nella conduzione del cambiamento, la formazione sviluppa competenze di change leadership.
• Comunicazione Strategica. Sei sotto pressione, hai una trattativa critica domani, un cliente furioso da gestire oggi, o devi presentare risultati negativi al board senza perdere credibilità. La qualità di come comunichi in questi momenti determina se mantieni il cliente, chiudi il deal, o conservi la fiducia del team. Non serve “comunicazione generica” ma un approccio strategico che sia calibrato sul contesto: cosa dire, come dirlo, quando dirlo, a chi dirlo. Servono framework personalizzati per preparare conversazioni difficili dove ogni parola conta, gestire crisis communication quando la reputazione è a rischio, strutturare argomentazioni persuasive in trattative complesse con informazioni incomplete. Il coaching ti aiuta a preparare conversazioni specifiche e precise, la formazione sviluppa competenze di comunicazione persuasiva applicabili a situazioni ricorrenti.
• Customer Experience. Ci sono momenti critici del customer journey dove il cliente decide se restare o andarsene. Una situazione è degenerata e serve un intervento di recupero immediato, oppure il rischio di abbandono è alto e l’escalation è arrivata fino al CEO. Come trasformi un cliente insoddisfatto in un promotore del tuo brand? Come comunichi efficacemente quando la tensione è massima e ogni parola che dici può fare la differenza? Gli strumenti ti guidano nella gestione delle crisi, il coaching ti prepara alle conversazioni critiche specifiche, la formazione sviluppa competenze di service recovery e gestione dei conflitti.
• Vendita. Negoziazioni commerciali complesse dove ogni dettaglio conta. Obiezioni che bloccano trattative ad alto valore, dinamiche di potere sfavorevoli, la pressione della chiusura che ti fa perdere lucidità. Servono approcci personalizzati per preparare negoziazioni critiche, gestire le resistenze senza forzature controproducenti, e mantenere chiarezza strategica quando la tentazione è cedere troppo o spingere in modo controproducente. Il coaching ti affianca nella preparazione e nella conduzione di negoziazioni ad alta posta, la formazione sviluppa tecniche di vendita consultiva e negoziazione strategica.
Il laboratorio del Business Performance Designer
Tutto parte dall’analisi di performance reali in situazioni di pressione estrema. Nel mio caso, il laboratorio è spesso il calcio professionistico. Mi piace molto come sport, ma l’ho scelto soprattutto perché offre condizioni uniche per studiare cosa succede quando la pressione è massima, a livello di team. In una finale di Champions League, quando una squadra è sotto di tre gol e ha quarantacinque minuti per recuperare un risultato statisticamente impossibile, ogni decisione tattica è registrata, ogni comunicazione tra giocatori è osservabile, ogni reazione a un errore è misurabile. Hai dati oggettivi e in grande quantità su cosa funziona e cosa no in condizioni dove sbagliare significa perdere tutto in un tempo ristretto, davanti a milioni di persone, con conseguenze economiche e psicologiche enormi.
Replicare questo studio in un contesto aziendale sarebbe estremamente difficile, se non impossibile. Anche quando un imprenditore ti dà accesso ai suoi dati aziendali – cosa che succede quando collabori per una consulenza o una formazione personalizzata – lo fa per ricevere un supporto specifico per la sua azienda, non perché tu raccolga materiale per un laboratorio di performance che aiuterà chiunque. E comunque, pur superando questa barriera, restano limiti molto più concreti: privacy, segreto industriale, dati riservati e confidenziali. Ma il problema più profondo sono le tempistiche. Situazioni di pressione significative in azienda sono rare e imprevedibili. Dovresti osservare per anni, aspettando che quelle situazioni si verifichino naturalmente. E anche riuscendoci, avresti un campione ridottissimo – poche aziende, poche situazioni critiche, troppe variabili – che rende quasi impossibile distinguere pattern replicabili da circostanze specifiche o fortuna. Il calcio professionistico offre invece centinaia di match critici ogni anno, migliaia di situazioni documentate con dati oggettivi, pattern verificabili su campioni ampi. È un laboratorio naturale che nessun ecosistema business può offrire.
Ho fondato Remontada proprio per questo: è il primo laboratorio di Business Performance Design che usa il calcio come fonte primaria di dati. Il sistema che ho sviluppato combina analisi quantitativa e qualitativa. Da un lato statistiche di performance, tracking dei movimenti, timing degli eventi che vengono analizzati con l’aiuto del machine learning per identificare pattern ricorrenti – in dataset ampi – che sarebbero difficili da rilevare manualmente. Dall’altro l’osservazione qualitativa di dinamiche comunicative, linguaggio del corpo, reazioni emotive, qualità delle interazioni tra giocatori nei momenti critici. Tutti elementi che i numeri da soli non catturano, ma che sono decisivi per capire perché certi pattern emergono.
Quando analizziamo cinquanta partite dove c’è stato un recupero da situazione impossibile, e identifichiamo che in quarantadue di quelle cinquanta c’è stato uno specifico cambio nel modo di comunicare tra giocatori nei primi dieci minuti dopo il momento peggiore, quello non è un caso. È un pattern. E se quel pattern corrisponde a meccanismi psicologici documentati nella ricerca scientifica – per esempio, la capacità di accettare rapidamente una situazione negativa, invece di lamentarsi, consuma meno energia cognitiva e lascia più risorse per l’azione – allora diventa qualcosa che posso trasformare in uno strumento applicabile.
Ma il calcio è solo la fonte. Il lavoro vero è la elaborazione e la traduzione: prendere quel meccanismo, basato sulla rapida accettazione di una situazione negativa che libera energia per agire, e trasformarlo in un toolkit operativo progettato con approccio tipico del design thinking utile a un imprenditore che deve gestire un fallimento di prodotto. Come si fa nel concreto ad “accettare rapidamente”? Quali sono i passaggi mentali? Quali sono le trappole cognitive da evitare? Come si comunica al team questa accettazione senza sembrare rassegnato? Come si passa dall’accettazione all’azione costruttiva senza perdere tempo in sterili lamentele?
Il risultato è un ecosistema integrato di strumenti, formazione e coaching. Gli strumenti – framework, playbook, template – sono la base: li prendi e li usi quando serve, seguendo i passaggi indicati. La teoria sottostante è disponibile per chi vuole approfondire, ma non è necessaria per l’utilizzo. Non serve capire come funziona il calcio, né sapere da dove viene quello strumento.
Ma ogni strumento viene poi personalizzato. Non esiste un framework “taglia unica” che funziona uguale per tutti. Durante l’onboarding – che può essere automatizzato o guidato da me in sessioni individuali – il framework si adatta alle tue caratteristiche: il tuo stile cognitivo, i tuoi valori, il tuo contesto specifico, i tuoi pattern ricorrenti. Questa personalizzazione fa la differenza tra uno strumento generico che usi una volta e abbandoni, e uno strumento su misura che integri nel tuo modo di lavorare.
La formazione interviene quando serve sviluppare competenze che non hai. Sessioni mirate, super focalizzate su abilità specifiche: come riconoscere i tuoi bias cognitivi, come strutturare conversazioni difficili, come diagnosticare problemi complessi. Non corsi generici di giorni, ma moduli concentrati su ciò che ti serve davvero in quel momento.
Il coaching entra in gioco quando gli strumenti e la formazione da soli non bastano. Quando hai bisogno di qualcuno che ti aiuti ad applicare il framework alla tua situazione unica, che ti mantenga accountable nell’implementazione, che ti faccia vedere angoli ciechi che da solo non vedi, che ti supporti nell’affrontare quella specifica decisione critica o quella conversazione difficile che rimandi da settimane. Il coaching non sostituisce gli strumenti: li amplifica, li contestualizza, li rende ancora più efficaci.
Ogni strumento viene testato con utenti reali prima di essere pubblicato. Raccogliamo feedback, iteriamo, correggiamo, semplifichiamo dove troppo complesso, aggiungiamo dettagli dove troppo vago. E documentiamo i limiti e i contesti specifici: in quali situazioni lo strumento funziona bene, in quali funziona meno, in quali non funziona per niente. Questa trasparenza è fondamentale.
Per chi è pensato tutto questo
Gli strumenti, la formazione e il coaching del Business Performance Designer non sono per tutti. Semplicemente, funzionano bene per un tipo specifico di persona e meno per altri.
Sono pensati per imprenditori e manager che vivono sotto stress costante: dipendenti da pagare, clienti da soddisfare, fornitori con cui interfacciarsi, decisioni da prendere con conseguenze misurabili. Persone che operano tipicamente in piccole e medie imprese o startup, dove le risorse sono sempre limitate, il margine di errore è stretto, e non c’è un grande apparato aziendale che ammortizza gli sbagli.
Funzionano per chi è pragmatico. Chi non cerca qualcuno che lo ispiri con slogan motivazionali, ma qualcuno che gli dia strumenti che funzionano davvero. Chi apprezza il rigore metodologico – citazioni scientifiche, dati verificabili, pattern estratti da performance reali, limiti documentati con onestà – più dello storytelling emozionale fine a se stesso.
Funzionano per chi vuole flessibilità: la possibilità di usare strumenti in completa autonomia quando preferisce lavorare da solo, oppure di integrarli con formazione mirata per sviluppare competenze specifiche, o ancora di affiancarli a percorsi di coaching quando serve supporto personalizzato, accountability e qualcuno che ti aiuti ad adattare il metodo alla tua situazione unica. È questione di scegliere il livello e il tipo di supporto giusto per te in quel momento specifico.
E funzionano particolarmente bene per chi ha già fallito abbastanza volte da sapere che “fare di più” o “impegnarsi di più” non sempre risolve i problemi. A volte serve fare diversamente. Cambiare approccio. Avere un metodo quando l’intuito non basta. Sapere quali sono quei piccoli cambiamenti che, applicati uno alla volta, possono fare una grande differenza.
Questa consapevolezza – che l’intensità dello sforzo non sostituisce la qualità del metodo – è fondamentale.
Perché il lavoro del Business Performance Designer richiede di fermarsi qualche minuto o qualche ora invece di reagire d’impulso nei primi secondi, e seguire un processo strutturato. Gli strumenti self-service possono darti chiarezza immediata quando sai già cosa fare ma ti serve un framework per farlo bene. La formazione richiede alcune ore concentrate per sviluppare competenze che userai per anni. Il coaching richiede un investimento di tempo più significativo – da poche sessioni per situazioni specifiche, a percorsi di mesi quando l’obiettivo richiede cambiamenti consolidati nel tempo – ma accelera drasticamente i risultati quando la posta in gioco è alta.
Nessuno di questi approcci permette la reazione istintiva immediata. Fermarsi deliberatamente va contro quell’istinto che sotto pressione spinge sempre ad agire subito. Ma è esattamente questo che fa la differenza tra reazione impulsiva e azione efficace.
Confini chiari: cosa NON è questo lavoro
Il Business Performance Designer lavora su obiettivi di performance, decisioni di business, comunicazione strategica, problem solving operativo. Quando necessario, affronta anche dinamiche personali che impattano direttamente sulla performance lavorativa – per esempio, gestire lo stress da caregiver che influenza le tue decisioni, o affrontare il burnout che compromette la tua lucidità.
Ma ci sono confini netti che non vengono mai superati:
• Non è psicoterapia. Se emergono patologie, disturbi psicologici, traumi profondi, la persona viene sempre indirizzata a professionisti competenti (psicologi, psicoterapeuti). Il coaching si ferma laddove inizia il territorio clinico.
• Non è life coaching generico. Il focus resta sempre ancorato a performance, obiettivi di business, decisioni professionali. Se una questione personale è rilevante solo perché impatta sul lavoro, può essere affrontata. Altrimenti esce dal perimetro.
• L’obiettivo è sempre misurabile: prendere quella decisione, gestire quella conversazione difficile, risolvere quel problema di business, migliorare quella performance. Non “stare meglio” in senso generico, ma “performare meglio in situazioni critiche” insieme a evidenze basate su dati tangibili.
Una categoria che risponde a un bisogno molto sentito
Il Business Performance Designer è una categoria professionale nuova. Al momento, nel mondo, ci sono io insieme ad alcuni miei collaboratori. Ho coniato un termine per descrivere qualcosa che facevo e che non rientrava in nessuna “casella” già esistente.
Saper gestire i momenti più critici, prendere decisioni migliori quando il tempo stringe, comunicare efficacemente in situazioni difficili, risolvere problemi complessi con risorse limitate – è un bisogno reale e molto sentito. È una necessità quotidiana di migliaia di imprenditori e manager che sono costretti ad affrontare situazioni complesse con strumenti inadeguati e spesso senza “compagni di squadra” davvero validi.
Negli anni a venire, questa figura probabilmente crescerà. Altri professionisti svilupperanno approcci simili, creeranno loro strumenti, forse definiranno loro metodi. Alcuni useranno laboratori diversi dal calcio – forse il poker ad alto livello, il tennis professionistico o il trading finanziario – ma il principio resterà lo stesso: analizzare performance reali in condizioni complesse, estrarre pattern, trasformarli in strumenti applicabili, personalizzarli per ogni individuo, integrarli con formazione e coaching quando serve.
Ma avendo definito una categoria professionale, è mia responsabilità stabilirne gli standard, insieme ai miei collaboratori. Quindi: cosa significa fare questo lavoro con rigore e come si distingue un BPD serio da qualcuno che si presenta come tale, ma poi vende le stesse cose di sempre con un’etichetta nuova.
Gli standard che contano sono chiari:
• Rigore metodologico: pattern estratti da performance reali documentate, non da aneddoti o intuizioni personali. Validazione attraverso ricerca scientifica consolidata. Testing con utenti reali prima della distribuzione. Documentazione onesta dei limiti e dei contesti di applicazione.
• Personalizzazione effettiva: strumenti che si adattano alla persona, non ricette generiche uguali per tutti. Processo di customizzazione – automatizzato o guidato – che tiene conto di caratteristiche individuali, contesto specifico, valori personali.
• Integrazione intelligente: capacità di combinare strumenti self-service, formazione mirata e coaching personalizzato in base alle esigenze reali della persona, non vendere per forza un approccio solo perché è più redditizio.
• Trasparenza sui risultati: chiaro su cosa funziona, dove funziona, quando funziona e – soprattutto – quando NON funziona. Nessuna promessa miracolosa, nessuna garanzia impossibile.
E soprattutto, stiamo creando strumenti, percorsi formativi e programmi di coaching che possano essere davvero utili, testandoli, iterandoli, documentandone i limiti con attenzione.
Alla fine conta questo: quando un imprenditore si trova con le spalle al muro, prende uno dei nostri strumenti – o partecipa a una formazione mirata, o inizia un percorso di coaching – lo usa nel modo giusto e la situazione migliora. Non per magia, ma perché ha ricevuto un metodo personalizzato, chiaro e validato per pensare, comunicare, decidere e risolvere meglio. E quando serve, ha avuto il supporto umano necessario per applicare quel metodo alla sua situazione unica.
Rigore nel processo, personalizzazione nell’applicazione, risultati nella pratica: ecco gli standard che contano.
Giuseppe Luca Propato
Business Performance Designer & Coach
Desideri saperne di più sulla mia figura professionale e sugli strumenti che progetto? Ti piacerebbe collaborare con il mio laboratorio di Business Performance Design? Contattami subito!
(1) Mindfulness. Ci sono tantissime definizioni della mindfulness. Qualcuno pensa sia una specie di meditazione o una tecnica di rilassamento, una forma di religione o applicazione del pensiero positivo. Sono interpretazioni fuorvianti. Per quanto mi riguarda, dopo anni di studio ma soprattutto di pratica, sono giunto alla stessa conclusione del medico e psicologo Russ Harris (uno dei principali esponenti mondiali in materia di ACT – Acceptance and Commitment Therapy): «La mindfulness è un insieme di abilità psicologiche per vivere efficacemente. Sono abilità che, nel loro insieme, implicano il prestare attenzione (al momento presente, nda) con apertura, curiosità e flessibilità». Il discorso è ovviamente più ampio e variegato, ma verrà approfondito in successivi articoli ed è parte integrante degli strumenti che progetto.
Glossario: Customer journey, Tracking, Machine learning, Startup