Bot: cosa sono e come funzionano

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Ricordi Clippy, la graffetta di Microsoft Word – leggermente assillante – presente nel bordo dello schermo? Era un bot.

Il termine bot deriva dalla parola robot e in gergo tecnico indica un programma che ha accesso agli stessi sistemi di comunicazione e interazione con le macchine usate dagli esseri umani: la sua nascita viene collocata negli anni Cinquanta con gli studi del celebre informatico britannico Alan Turing, che si interrogò sulla possibilità per le macchine di imitare il comportamento umano.

Oggi si parla di intelligenza artificiale, ma è giusto ridimensionare gli entusiasmi: si tratta infatti di sistemi creati con uno scopo preciso, quindi completamente inutili nel caso vengano usati in modo più “libero”. I bot di cui si sente tanto parlare oggi, quindi i chatbot, sono quelli che permettono di interagire in modo colloquiale con un servizio, ottenendo informazioni di vario tipo: notizie, meteo, indicazioni stradali, prezzi, ricette.

Telegram è stata la prima piattaforma a sfruttarli in maniera incoraggiante: l’applicazione di messaggistica ha infatti avuto il suo boom proprio grazie alle funzionalità aggiunte dall’uso dei chatbot, oltre che per la distruzione immediata delle chat segrete.

Questi segnali positivi – uniti ai numeri di Facebook Messenger – che ha 1 miliardo di utenti attivi (aggiornamento ufficiale di poche ore fa), ha portato all’annuncio – nel corso della conferenza per gli sviluppatori “F8” di aprile 2016 – dell’inserimento dei bot anche su questa piattaforma.

In un piano ambizioso di sviluppo, Mark Zuckerberg ha parlato di una naturale evoluzione di app e comunicazione aziendale, che diventerà sempre più immediata, bidirezionale e al servizio del cliente.

Come funzionano i bot?

Abbiamo detto che il bot è, semplicisticamente, una sorta di risponditore automatico: ad esempio è possibile, in qualità di azienda, creare il proprio chatbot e configurare le risposte che questo darà a seconda delle domande poste dall’utente.

50 milioni di aziende sono su Messenger, generando un traffico di 1 miliardo di messaggi al mese: cifre che impongono il bisogno di avere una comunicazione rapida, semplice e utile.

Per “parlare” con un’azienda, o meglio con il suo bot, basta cercare il nome utente nella barra di ricerca dell’applicazione stessa o cliccare su un link con questa conformazione m.me/nomeutente e aprirlo, appunto, tramite Messenger. A questo punto ogni bot ha la sua funzione: in generale, si ha un messaggio di saluto iniziale e poi vengono elencati i servizi o fornite indicazioni su come utilizzarlo.

Qualche esempio

Su Telegram basta digitare @nomeutente per confrontarsi con il bot.

imagebot

Tra i più cercati ci sono @stickers, @gif, @vid, @pic per fare ricerche di contenuti, ma anche il bot di Amazon @amazonpricebot che, seguito dal nome dell’articolo, dà immediatamente il prezzo.

Su Messenger c’è Hi Poncho, presentato proprio durante la conferenza di San Francisco, pensato per dare informazioni meteo: c’è da dire che non sempre fa il suo dovere, e a volte non risponde se chiediamo di darci indicazioni su una città diversa da quella da cui scriviamo normalmente.

HiPoncho

Una delle migliori chatbot è quella del Wall Street Journal: si possono richiedere notizie su un determinato argomento, azienda o semplicemente avere le breaking news.

WSJ

Prospettive e dubbi

Perché il colosso Facebook decide di puntare tutto sulle chatbot proprio in questo momento?

Innanzitutto per affermare il proprio ruolo, semmai ce ne fosse bisogno: i creatori di Telegram hanno addirittura annunciato che daranno un premio di 1 milione di dollari a chi realizzerà bot ancor più innovativi, che permettano quasi di ordinare pizza e fiori da casa. Ma dubito ciò possa fermare il Social Network per eccellenza.

Inoltre il mercato delle app è ormai in preda ad un inarrestabile declino, e proprio l’idea di potenziare i bot ed eliminare le app esterne è una delle motivazioni centrali di questa virata “facebookiana”.

Ma i piani di Zuckerberg sono molto più ampi: il rafforzamento di Messenger, e a seguire di Whatsapp, rientra nella logica di creazione del progetto M, già disponibile per pochi utenti. L’obiettivo finale sarà la realizzazione di una sorta di assistente personale simile a Siri di Apple o a Google Now, che darà informazioni di ogni tipo. Un vero e proprio bot intelligente.

m-bot

Ovviamente si è ancora in una fase Beta (cioè di sperimentazione) e i chatbot devono essere notevolmente migliorati e definiti, anche in termini di privacy. Ma potrebbe essere l’inizio di un cambiamento fondamentale per le aziende, per l’advertising online e per il rapporto tra utenti-consumatori e brand. Sempre più relazioni e meno filtri.

Adesso prova anche tu a chattare con un bot e se pensi che questo articolo sia interessante, condividilo con i tuoi amici e colleghi! Infine, per restare aggiornato su altre novità dal mondo della comunicazione e marketing digitale, iscriviti alla mia newsletter (il form di iscrizione è di seguito).

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