La verità è che nessuno può costruire la tua verità al posto tuo

Viviamo in un’epoca in cui ogni problema sembra avere una soluzione definitiva. Basta scorrere qualche minuto sui social per imbattersi in qualcuno che “ha capito”: come eliminare l’ansia, come diventare felici, come guarire dalle ferite emotive, come trovare il proprio scopo, come smettere di soffrire.
Il linguaggio è quasi sempre lo stesso: sicuro, perentorio, rassicurante perché arriva da persone che hanno un ego gigantesco (vittime dell’effetto Dunning-Kruger, nel migliore dei casi) ma che stanno parlando a persone che – in quel momento – si sentono deboli e con la mente confusa. Partono da una narrativa in cui ti fanno sentire inadeguato e ti dicono: “Adotta questa cornice… segui questo metodo… applica questi passaggi e arriverai al successo”. E capisco perfettamente perché questo tipo di messaggi attecchisca: l’incertezza stanca, il dolore logora, e qualsiasi promessa di chiarezza, soprattutto quando arriva impacchettata in un format semplice e ripetibile, diventa attraente.
Il punto è che stare in questo mondo fa male
Non lo dico per pessimismo e neppure per gusto della drammaticità: lo dico perché è così, ognuno con una “gradazione” differente. Perdiamo persone care. Vediamo malattie che non fanno sconti. Assistiamo a guerre che sembrano non finire mai. E ogni giorno, se prestiamo attenzione, incontriamo anche una quantità di ignoranza, cattiveria e violenza che a volte toglie il fiato. Dentro questa realtà, la domanda più onesta non è come evitare tutto ciò, perché non possiamo; la domanda è come si impara a starci dentro, senza rimanerne schiacciati e senza diventare cinici.
Per questo, negli anni, ho cercato risposte in molti posti. Ho studiato il buddhismo, praticato la mindfulness, studiato filosofi, psicologi, scienziati e fatto anche tantissima attività sul campo. Ho lavorato con persone in momenti di crisi, di transizione, di perdita. E la cosa più onesta che posso dire, dopo tutto questo, è che non ho trovato la verità. Ho trovato alcune cose che funzionano per me, prospettive che mi hanno aiutato a stare nel dolore senza esserne distrutto, strumenti che ho visto cambiare qualcosa nelle persone con cui lavoro.
Se incontri il Buddha per strada uccidilo. (S. B. Kopp)
Ma la verità, intesa come una formula universale valida per chiunque e in qualunque circostanza, non ce l’ho. E, a dirla tutta, non ce l’aveva nemmeno Buddha, non ce l’aveva Freud o Jung, non ce l’ha nessun coach, guru o studioso che valga la pena ascoltare. Ognuno aveva, e ha, una verità soggettiva: costruita attraverso la propria esperienza, il proprio dolore, la propria cultura. Alcune di queste verità sono così potenti e risonanti che milioni di persone le hanno adottate e ne hanno tratto beneficio; ma rimangono soggettive. E lo rimangono ancora.
Anche questa mia stessa affermazione lo è.
Qui sta un nodo che per me è centrale: le verità assolute non arrivano mai “gratis”. Arrivano sempre con un prezzo implicito, spesso non dichiarato: smetti di fare domande. Adotta la cornice, segui il metodo, fidati del sistema, e troverai pace. Può funzionare, certo. Per molte persone funziona davvero, e sarebbe arrogante negarlo. Ma qualcosa si perde nel processo, soprattutto per chi sente di non riconoscersi completamente in una risposta già confezionata: si perde la libertà di restare in contatto con ciò che non torna, con ciò che stona, con quella parte di sé che non si lascia ridurre a un manuale operativo.
Polvere di stelle
Il buddhismo, per esempio, è meraviglioso. La mindfulness è uno strumento straordinario. Eppure anche lì vale la pena guardare il presupposto di fondo che spesso accompagna queste mappe: la sofferenza come problema principale dell’esistenza e il lavoro come processo di riduzione, gestione o trasformazione della sofferenza. È un impianto potente, e ha aiutato — e aiuta — un numero enorme di persone. Ma io, almeno per come ho vissuto certe esperienze, ho imparato che non sempre le cose sono così lineari, e che la stessa sofferenza può assumere significati diversi a seconda della cornice in cui la si contiene.
Quando ho perso qualcuno che amavo, una delle cose che mi ha aiutato di più non è stata un’idea astratta o un insegnamento “giusto”. È stata un’immagine che tornava spontanea, nei momenti più silenziosi: tutta quella persona — la sua voce, il suo calore, il modo in cui occupava lo spazio — che non spariva, ma si trasformava. Tornava a essere parte di qualcosa di immensamente più grande.
Polvere di stelle, come diceva Carl Sagan.
La stessa materia che ha attraversato miliardi di anni di universo prima di diventare quella persona che ho amato, e che dopo di lei avrebbe continuato a muoversi, a cambiare forma, in qualcosa che non riusciamo nemmeno a immaginare. In questa immagine c’era qualcosa di straordinariamente consolante: non perché cancellasse il dolore, ma perché lo inseriva dentro una storia più grande di noi, e in quella grandezza il dolore non diventava “meno vero”, diventava più abitabile.
Questa prospettiva si allarga quando pensi alla scala del tempo. L’universo esiste da un tempo che non riusciamo davvero a immaginare e, con ogni probabilità, continuerà a esistere per altrettanto. Da dove viene? Come può esistere qualcosa piuttosto che niente? Non lo sappiamo. E proprio quella non-risposta, stranamente, può avere un effetto calmante, perché ridimensiona la nostra pretesa di controllare tutto attraverso una spiegazione definitiva. Ci ricorda che le scale temporali con cui misuriamo vita e morte sono minuscole rispetto a qualcosa di immensamente più grande. E dentro questa scala, chi amiamo non scompare: si trasforma. Rimane presente nel ricordo, nelle sensazioni, nei gesti che inconsapevolmente ereditiamo, nel modo in cui guardiamo le cose. Dentro la durata di una vita umana, quella presenza può essere permanente.
Qui tengo a chiarire una cosa, perché è importante: non sto cercando di aggirare il dolore con un trucchetto mentale. Il dolore è reale e va attraversato. Bisogna imparare a guardare i propri demoni fino a fargli abbassare lo sguardo (dal libro “La trappola della felicità” di Russ Harris). Quello che sto dicendo è che la cornice in cui conteniamo il dolore cambia profondamente il modo in cui lo attraversiamo. Non lo elimina, ma cambia la qualità della nostra relazione con esso, e quindi cambia anche ciò che siamo capaci di fare mentre lo portiamo.
E qui sta il punto: la cornice che usiamo per contenere il dolore, o la vita in generale, raramente la costruiamo da soli. Spesso la prendiamo in prestito da qualcun altro. E questo, nel tempo, ha un costo.
Il punto di partenza sei tu
In termini psicologici, affidarsi alla verità di qualcun altro è un movimento verso un locus of control esterno: ciò che determina il mio significato, la mia direzione, la mia salvezza, sta fuori da me. Costruire la propria verità, invece, anche riconoscendo i propri limiti, mantiene un centro interno. Non posso controllare tutto ciò che mi accade, ma posso scegliere come rispondo, come mi organizzo, come mi posiziono rispetto a ciò che sono.
È esattamente questo che una pratica come la mindfulness allena: non distaccarsi dal mondo, non anestetizzare le emozioni, ma essere pienamente presenti a ciò che c’è, anche quando ciò che c’è è difficile da guardare. Spesso la differenza tra essere travolti da un’emozione e abitarla consapevolmente non dipende dall’intensità dell’emozione, ma dalla qualità della presenza con cui la attraversiamo. Non è una promessa di serenità immediata; è una pratica di lucidità. È imparare a stare in contatto con l’esperienza senza esserne automaticamente guidati.
Non sto parlando solo dei grandi dolori come una grave perdita o una malattia. Sto parlando anche di quelle situazioni apparentemente più ordinarie, ma logoranti: una relazione che non funziona più, un lavoro che ha smesso di avere senso, una decisione che rimandi da mesi senza riuscire a sbloccarti. In questi casi, quasi sempre, non mancano le risposte. Manca la domanda giusta, quella che nessuno ancora ti ha posto.
Quando porto questa riflessione nel lavoro che faccio come coach, la vedo tornare continuamente in un’altra forma: le persone cercano una risposta che esiste già da qualche parte. Un percorso già provato, un metodo validato, qualcuno che abbia già risolto il problema per loro. Ed è comprensibile, perché il dolore e l’incertezza fanno male, e qualsiasi cosa prometta di ridurli è attraente. Ma il lavoro più importante — quello che produce i cambiamenti più duraturi — è di natura diversa. Riguarda aiutare ogni persona a trovare la propria verità, intesa non come “verità cosmica”, ma come posizione coerente: quella che illumina la sua esistenza specifica, costruita sulla sua esperienza specifica, calibrata sui suoi valori, sulla sua storia, su ciò che per lei ha davvero senso.
Attenzione al personal trainer che fa le flessioni al posto tuo
Un coach che ti dà le risposte – anziché lavorare con delle domande potenti – ti sta risparmiando un lavoro che solo tu puoi fare. È come quel personal trainer che fa le flessioni per te. E quel lavoro, prima o poi, torna a chiederti il conto. Nessuna soluzione esterna può sostituire l’atto di assumersi la responsabilità della propria cornice, della propria direzione, del proprio significato.
Ribadisco: la mindfulness è straordinaria, il buddhismo è meraviglioso e l’amore è – sopra ogni altra cosa – ciò che rende sopportabile stare qui. Ma, ovviamente, nessuna di queste cose è in automatico la tua verità. Sono risorse, mappe, prospettive. Strumenti che altri hanno affinato attraverso la propria esperienza e che possono aiutarti a orientarti. Tuttavia nessuna mappa è il luogo in cui stai andando, perché quello lo conosci solo tu (con tutti i dubbi, le paure e le incertezze del caso).
Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. (Bertrand Russell)
Ecco perché questo articolo non nasce per darti risposte definitive. Se mentre leggevi hai sentito qualcosa muoversi — un dubbio, una domanda, una resistenza, qualcosa che non riuscivi a mettere a fuoco — quel movimento, per me, è già un segnale importante. Indica che c’è una verità tua che chiede spazio. Il punto è che spesso le domande giuste non le troviamo da soli, non perché siamo incapaci, ma perché siamo troppo dentro la nostra storia per vederla da fuori. A volte serve qualcuno che sappia dove guardare e che abbia il coraggio di chiederti ciò che ancora non ti sei chiesto.
Quello è il lavoro che faccio. Non ti fornisco risposte dirette. Ti accompagno alla scoperta di prospettive diverse e soprattutto ti aiuto attraverso domande che possono cambiare tutto, perché ti fanno avvicinare in autonomia alla tua verità. Ricorda: abbiamo tutti una visione soggettiva del mondo che ci circonda, per cui nessuno può costruire la tua verità al posto tuo.
Se senti che è il momento, scrivimi. E se questo testo ha risuonato con qualcosa che senti anche tu, condividilo: le conversazioni più importanti iniziano quasi sempre da qualcuno che decide di rompere il silenzio.