Cyberbullismo: la legge contro i leoni da tastiera

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Qualche giorno fa ho lanciato dal mio profilo personale su Facebook un piccolo sondaggio: concedere l’amicizia su Facebook ad una persona, che così può accedere al tuo profilo e contattarti tramite FB Messenger, è pari o minore al dare il tuo numero di cellulare personale? Lo scopo era capire i criteri su cui basiamo la nostra attribuzione di importanza tra contatto social e numero di telefono.

La stessa domanda vorrei rivolgerla anche su un aspetto complementare: un’offesa o provocazione ricevuta a mezzo social fa più o meno male di un insulto ricevuto “dal vivo”?

La vita virtuale (?) sui social

Sebbene molti siano consapevoli di come Facebook rappresenti una piattaforma edulcorata e filtrata di ciò che viviamo – su questo concetto vi invito a leggere anche il mio precedente articolo sul fenomeno Blue Whale – diverse persone sembrano appassionarsi in maniera eccessiva e iper-realistica nei confronti di alcune vicende.

Leggiamo continuamente preghiere sotto forma di condivisioni “benefiche” per combattere malattie e tragedie, contestazioni che nascono direttamente dal divano di casa, petizioni appoggiate con lo strumento del like, lo stesso che dovrebbe promuoverle decreto legge: ma cosa succede quando l’arroganza e il sopruso viene imposto a livello social? Si innescano le stesse dinamiche che accadrebbero “offline” o ne scaturiscono reazioni alterate?

I leoni da tastiera

Differentemente dai Panda e dalle Testuggini Raggiate, la specie dei Leoni da Tastiera non sembra correre alcun rischio di estinzione. Dispensatori di ruggiti, accumulatori seriali di rabbia e sdegno, sono praticamente onnipresenti in pagine aziendali, politiche, giornalistiche.

Li riconosci perché dispensano in modo saccente consigli esistenziali – si presuppone imparati durante gli anni di Corso presso l’Università della vita – e non disdegnano gli attacchi personali. Sono quelli che, bava alla bocca, chiedono il cambiamento con un live streaming, ma gli stessi che, con un caffé in più, si trasformano in acerrimi troll. Webeti o avvelenatori del web li definirebbe Enrico Mentana [1], eppure i costi sociali di queste persone che, spesso dietro l’agio dell’anonimato, distruggono a proprio piacimento nozioni, reputazioni e grammatica, sono molto alti.

Da bulletto di quartiere a cyber-bullo

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. (Umberto Eco) [2]

Si può essere d’accordo o meno con Umberto Eco, tuttavia l’avvento dei social network ha di certo permesso – parallelamente a una maggiore interazione a livello globale – anche un’amplificazione degli effetti di ciò che viene detto o scritto, nel bene e nel male.

Le vessazioni e i tentativi di screditare altre persone, mentre prima erano circoscritti ai banchi di scuola o tra i corridoi del luogo di lavoro, ora hanno assunto una portata globale. L’incapacità di determinare spesso un unico responsabile ha reso il tutto ancora più efferato.

Si parla di cyberbullismo, ovvero la riduzione ad una situazione di sudditanza psicologica o vessazione operata a mezzo, o in contesto, internet. Scorrendo le pagine di cronaca si trovano moltissimi episodi di cyberbullismo:

  • Andrea [3], 26enne di Vercelli: morto suicida in casa dopo aver subito ripetuti scherzi dai colleghi, finiti su Facebook.
  • Carolina [4], 14enne di Novara: suicidata dopo esser stata ripresa ad una festa mentre alcuni ragazzi abusavano di lei. La ragazza era ubriaca, e in uno stato di incoscienza.
  • Nadia [5], anch’essa 14enne, originaria di Cittadella: si era rivolta al sito ask.fm per alcuni dubbi esistenziali. Ricevette offese ripetute da orde di ragazzini che, in totale anonimato, la prendevano in giro per il suo aspetto fisico.
  • Andrea [6], 15 anni, di Roma: preso in giro perché, a dire dei suoi cyber-aguzzini, era gay. L’unica colpa? La passione per il colore rosa.

Tante storie, alcune molto diverse, ma accomunate dalla facilità con cui l’odio riesce a spostarsi dalla rete alla vita reale. Il tutto con conseguenze disastrose, resistenti a qualsiasi Logout.

La legge sul cyberbullismo

La necessità di regolamentare il fenomeno ha da sempre accompagnato lo sviluppo della dimensione social e virtuale dell’aggregazione, giovanile ma anche adulta, e finalmente la giustizia si è occupata del tema.

Pochi giorni fa, con la lettura parlamentare n. 3139-B [7]  , è stata introdotta nell’ordinamento la definizione legislativa di bullismo telematico, inteso come ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto o furto di identità realizzata sul web a danno di minori.

I ragazzi sopra i 14 anni potranno chiedere direttamente e senza previo consenso del genitore, l’oscuramento o la rimozione dell’aggressione online da parte del gestore. Nel caso in cui il gestore ignori l’allarme, la vittima, stavolta con il genitore informato, potrà rivolgersi al Garante per la Privacy che entro 48 ore dovrà intervenire. Sono esclusi gli access provider, i cache provider e i motori di ricerca. Inoltre in ogni istituto scolastico sarà individuato tra i docenti un referente per le iniziative contro il bullismo telematico.

Come per il reato di Stalking, è stata introdotta anche per il Cyberbullismo una procedura di ammonimento: ciò permetterà di ottenere misure più efficaci, mirate per tutti quei reati e trasgressioni che non trovavano piena corrispondenza nella legislatura attuale, e di responsabilizzare gli internauti di qualsiasi età per un uso più responsabile della rete.

Ma se la legge non ammette ignoranza, la rete risulta ancora popolata di spazi, ma soprattutto utenti, privi di cultura o di buona volontà nell’approfondire moltissimi argomenti. La speranza è che questa presa di posizione faccia da acceleratore di consapevolezza per chiunque decida di commentare, ricondividere o plasmare a proprio vantaggio stimoli e vicende nate su internet.

Se infatti la calunnia, l’insulto o la falsa notizia sembra astratta, presto le sue conseguenze saranno più che reali e tangibili.

Il primo requisito per navigare in modo sicuro e consapevole è avere una buona alfabetizzazione digitale: se vuoi approfondire queste dinamiche iscriviti alla mia newsletter (modulo qui sotto), lascia un commento o contattami se hai domande e dubbi, oppure condividi questo articolo con i tuoi amici sui social.

FONTI

1] Enrico Mentana inventa il neologismo “webete” e conquista tutti
2] Umberto Eco: “Con i social parola a legioni di imbecilli”
3] La denuncia non ferma i bulli a Vercelli, si toglie la vita a 26 anni
4] La mia Carolina uccisa da 2.600 like
5] Torino, ragazzina di 14 anni suicida: era bersaglio di insulti sul web
6] “Sei gay”: lo prendono in giro su Facebook, 15enne si suicida
7] Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo

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