Il Blue Whale e l’internet “cattivo”

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Negli ultimi giorni, con sempre maggiore insistenza, si parla del ruolo psicopedagogico della rete. Ok, potrei già fermarmi qui ed ascoltare chiunque abbia delle valide argomentazioni in merito: sento parlare del mancato controllo dei genitori, del futuro dell’interazione umana e delle sempre attuali digressioni apocalittiche.

L’ultima riprende il nome di un cetaceo sornione, ingenuo e inconsapevole antagonista del Pinocchio di Collodi, divenuto ormai simbolo di quanto la rete possa raggiungere bassifondi inaspettati: il Blue Whale, letteralmente la Balena Blu.

Le regole del gioco

Sviluppatosi sul social network russo VKontakte (VK), il Blue Whale consiste in una serie di regole o azioni dettate da un tutor nei confronti di un allievo/vittima, con l’obbligo di compierle in un ciclo temporale di 50 giorni. Ogni progresso deve essere puntualmente documentato con foto e filmati da inviare al tutor.

La sua origine è incerta, sebbene Philip Budeikin, recentemente arrestato, figuri tra i creatori di questo “gioco”. La struttura psicologica sembrerebbe invece ascrivibile ad una ponderata strategia di manipolazione e condizionamento comportamentale, attuato mediante una serie di ordini e stimoli sensoriali (ad esempio i video e le canzoni che vengono suggerite alla vittima, da ascoltare per intere giornate).

Queste le regole più violente:

  • Regola 3: Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al curatore.
  • Regola 11: Incidetevi con il rasoio una balena sulla mano e inviate la foto al curatore.
  • Regola 14: Tagliatevi il labbro.
  • Regola 15: Passate un ago sulla vostra mano più volte.
  • Regola 26: Il curatore vi dirà la data della vostra morte e voi dovrete accettarla.
  • Regole dalla 30 alla 49: Ogni giorno svegliatevi alle 4. 20 del mattino, guardate i video horror, ascoltate la musica che il curatore vi mandi, fatevi un taglio sul corpo al giorno, parlate a “una balena”.

E infine la conclusione del gioco

  • Regola 50: Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita.

I contestatori seriali

Ovviamente, per ogni notizia che si rispetti, c’è sempre il tuttologo di turno che non perde tempo a salvarci da abbaglio certo.

Vuoi per l’espediente complottista che ci vedrebbe tutti ignoranti e asserviti al potere, vuoi per il sentore stantìo di bufala, vuoi per orgoglio partoriente nel voler a tutti i costi sfornare la sua, anche il Blue Whale è diventato un vero e proprio mostro, simbolo delle conseguenze dell’uso della rete per i più piccoli.

Se infatti sono certe le morti giovanili, meno definiti sono i contorni e le reali incidenze di questo fenomeno sociale. Molti sono stati i punti deboli dell’inchiesta delle Iene e, prima di loro, della giornalista russa Galina Mursalieva: non si è trovato, infatti, alcun legame oggettivo tra quei suicidi e l’uso di questi gruppi social, nessuna fonte ufficiale che confermava il numero dei 130 ragazzi morti in situazioni sospette tra novembre 2015 e aprile 2016, un racconto emotivo e poco “scientifico”, senza il supporto di esperti, psicologi, psichiatri infantili e forze dell’ordine che hanno gestito questi casi. Inoltre la giornalista avrebbe creato un vero e proprio filone di articoli sul tema del suicidio, piegando in un certo senso i dati raccolti al suo scopo, cioé individuare nel mezzo virtuale la causa di queste giovani vite spezzate.

Addirittura in Russia è stata avviata un’azione legale nei confronti della rivista su cui è apparsa l’inchiesta, Novaya Gazeta, della giornalista e del direttore, che hanno creato una vera e propria psicosi nelle famiglie.

Ciò che interessa però, è riflettere sull’ennesima occasione che si offre a chi vorrebbe ascrivere internet e la solitudine ad uno stesso ramo genealogico di provenienza.

La solitaria ricerca di approvazione

Il titolo è, ovviamente, una provocazione de facto: in esso infatti troviamo i tre aspetti che, secondo molti, convivrebbero nell’utilizzo della rete.

  1. Abbiamo la solitudine, inevitabile conseguenza di una vita dedita allo schermo, manchevole di contatto umano e uscite spensierate all’aria aperta.
  2. La ricerca di interazioni a mezzo social, seguendo il filone di interessi comuni, di zone geografiche di appartenenza, di predisposizioni caratterialmente positive. Le bacheche dei più famosi social network sono un pullulare di traguardi sociali a 4 cifre, ben oltre le limitate capacità di archiviazione numerica dei primi telefonini. Che fosse soltanto un problema di tecnologia a rallentare l’evoluzione sociale dell’uomo? Darwin potrebbe rimanerci male.
  3. L’approvazione passa attraverso i like e le ricondivisioni, valute non ufficiali del gradimento popolare. Il loro valore intrinseco, da conservare in borselli di narcisismo dalla mutevole copertina, potrebbe secondo alcune previsioni apocalittiche, rappresentare la vera merce di scambio del futuro. Basti guardare l’episodio “Caduta libera” (3 x 01) della serie tv Black Mirror per riflettere su un’impietosa possibile evoluzione della credibilità online.

Come sopravvivere?

Dirò sicuramente un’ovvietà: siamo già ad un punto di non ritorno. Impensabile si possa ormai sopravvivere senza internet, utopico ambire ad una ridefinizione al ribasso del nostro rapporto con la rete. Siamo e saremo sempre più connessi, in molti aspetti della nostra vita: operazioni chirurgiche a distanza, automobili in guida automatica basandosi sulle coordinate GPS, spioncini di casa pronti a trasmettere immagini di cosa avviene sul pianerottolo. Per citarne solo alcuni.

Rinegoziare dunque le interazioni sociali mediate dalla rete deve quindi escludere ogni reiterato e anacronistico monito educativo come “Togli gli occhi da quel telefono” o “Stacca il computer”: il blando proibizionismo finirebbe per essere un ulteriore incentivo all’autoesclusione. Piuttosto dovremmo concentrarci sulla genuinità delle relazioni.

Se mai fosse possibile immaginare un futuro tra i possibili mi piacerebbe poter contribuire a ridefinire gli standard, incentivare le persone (e i rispettivi profili) ad essere più sinceri con se stessi e con gli altri, mostrando anche quelle debolezze e quelle difficoltà che ci contraddistinguono. Immagino che se questi ragazzi avessero espresso il loro disagio di persone inascoltate, anime trasparenti tra la massa di altri coetanei, avremmo potuto fare qualcosa.

Alcuni studiosi sostengono [¹] che le emozioni positive non collimano con la realtà dei fatti quanto le emozioni negative o comunque “meno positive”: quest’ultime infatti hanno più aderenza con la nostra vita, poiché mostrano dei lati del nostro carattere lontani dalla propaganda e dai meccanismi di confronto tra chi viva l’esistenza più appagante.

Rinunciare ad internet non si può, riscrivere le regole del gioco, quello collegato alla vita vera, forse si.

Per approfondire queste ed altre dinamiche di interazione a mezzo internet, o semplicemente se desideri interpretare i cambiamenti sociali alla luce delle nuove tecnologie, iscriviti alla mia newsletter (modulo qui sotto), lascia un commento o contattami se hai domande e dubbi, oppure condividi questo articolo con i tuoi amici sui social.

FONTI

1] Do Facebook status updates reflect subjectives well-being?

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